Al sogno
di una grande mostra che
verrà...
Fantastica,
ironica, dissacrante, capace
di far sorridere
il cuore,
“foppianesca” come
merita
Foppiani Femmine
Stefano
Fugazza
Foppiani e l’immagine delle
donne
I. Il pittore e il
tema
Immaginiamo (e
preveniamo) l’obiezione. Che senso ha considerare un pittore del
secondo Novecento da un punto di vista così ristretto come è quello
tematico, e poi un tema così abusato e inevitabile come questo, che
riguarda il femminile nelle sue forme e nelle sue innumerevoli
declinazioni? Dovrebbero servire categorie interpretative nuove, e
poi da parte loro i pittori si sono liberati del tutto da questa
sottomissione a una cosa così vieta, retrograda, totalmente
sorpassata quale è un soggetto, un tema. Eppure a considerare quel
che succede nella nostra quotidiana esistenza, le donne continuano a
rivestire un ruolo non
di secondo piano, a dir poco, qualunque sia la loro
condizione, cioè siano esse madri o amiche o fidanzate o mogli o
amanti o suocere o nonne o zie o suore (o zie suore) eccetera. Pare
di capire che ancora il rapporto tra un figlio (o una figlia) e una
madre sia importante, per lei, la madre, e per il figlio (o la
figlia); che sia anzi determinante, tanto che dentro tale rapporto
vanno rintracciate le ragioni prime di aspetti del carattere e della
personalità; e pare di capire che l’incontro quotidiano tra certe
caratteristiche del genere femminile e del genere maschile sia
foriero di infinite conseguenze, e come il sale di certe
giornate.
Se le cose stanno
così, se ancora la femminilità e la mascolinità si mantengono
irriducibili a un denominatore comune (anche se le donne fanno
volentieri le manager e gli uomini spendono più delle loro compagne
in profumi e creme di bellezza), gli artisti fanno bene a dedicare
un’attenzione privilegiata a questa figura dell’altro, un altro di
frequentazione così costante e necessaria. Lasciamo da parte, in
questa sede, tutta la questione concernente il fatto che il punto di
vista dal quale anche noi stiamo parlando è quello maschile, come se
questa fosse l’ottica unica con cui guardare al problema. Di fatto
oggi il numero delle donne artiste è cresciuto in maniera
inaspettata, e tante cose sono cambiate, stanno cambiando; ma noi
qui ci occupiamo di Foppiani, un pittore del secondo Novecento, di
tanto tempo fa, si può già dire, sul piano della storia e della
sociologia.
II. L’onnipresenza di
eros
Dunque, Foppiani,
vissuto in tempi così vicini così lontani, era legittimato a
considerare la donna come altro da sé, anche se allora non c’erano
tante artiste che potevano reagire alla sua visione delle cose,
affermando, dall’interno, una loro idea della femminilità (e della
mascolinità). E difatti la sua opera, soprattutto dopo che egli,
alla fine degli anni Settanta, diede alla sua pittura un’impronta
più figurativa, è tutta percorsa da figure femminili, cosa meno
frequente nei due decenni precedenti, connotati dalla non facile
ricerca di un linguaggio personale e di uno stile proprio. Pure
allora, comunque, anche quando Foppiani era impegnato a realizzare
le sue composizioni fintamente ingenue e studiatamente primitive, o
anche nel periodo più originale dei tracciati delle città e delle
mappe, le donne facevano capolino, comparendo talora sotto forma di
angeli o di figure della strada. In realtà, non è facile dire che
cosa il pittore intendesse dirci riguardo questo tema, pur così
privilegiato; né la cosa è importante. Foppiani non è un
intellettuale dal quale ci si debba aspettare risposte, indicazioni
con qualche ricaduta di utilità; il suo mondo è sospeso tra la terra
e il cielo, anzi prossimo al sogno e al paradosso più che legato
alla realtà; propenso a mettere in scena enigmi che non
necessariamente devono essere risolti. Certe cose crediamo di
capirle, di coglierle con sicurezza: che una malizia sorridente e
talora crudele bene spesso si manifesta in certe sue creature,
contraddicendo il perbenismo avvalorato dalla foggia, perfino un po’
arcaica, degli abiti; che talora le forme femminili si riducono nei
termini geometrici essenziali, quasi con l’intenzione di rendere
omaggio a determinate avanguardie del Novecento; che l’eros,
spiritello leggerissimo, onnipresente e sbarazzino, sta sempre in
agguato, comparendo anche quando meno lo si aspetta, anche nelle
occasioni in cui davvero si farebbe a meno della sua presenza.
Ne viene fuori, dal
complesso di queste immagini, un mondo poetico posto tutto quanto
sotto il segno dell’ironia (molto meno, quasi per nulla, della
satira), attraversato da malinconie segrete e da premonizioni
luttuose eppure disponibile a mettersi in gioco, ad accettare,
sostanzialmente, la vita con i suoi quotidiani incastri, le innumeri
miserie e le infinite speranze. Anche per questo ci piace il
messaggio di Foppiani, perché è fatto di una scelta operata una
volta per tutte. Che è la seguente: bisogna guardare in faccia le
cose, senza nascondersi nulla: scoprire il grottesco che sta in
agguato dietro una presunta bellezza, riconoscere la fallacia degli
amori, quanto di torbido può celare l’innocenza; eppure bisogna
procedere senza infingimenti, con coraggio, affidandosi alla
speranza anche se ci si crede poco.
III. L’inesausto
sperimentatore
Al di là dei
possibili significati della mostra, c’è un altro aspetto da
considerare e che pure “giustifica”, per così dire, la scelta che è
stata effettuata delle opere. Si ha qui, infatti, una rassegna delle
differenti tecniche adottate di volta in volta, talora
simultaneamente, da Foppiani, al quale appartenne una vocazione
sperimentale condivisa con ben pochi altri artisti del Novecento
piacentino. Non è solo questione di passare dal disegno
all’acquarello, dalla tempera al pastello, dall’olio al collage alle
tecniche miste di maggiore contaminazione dei materiali, perché
magari in un modo o nell’altro una disponibilità a percorrere tutti
questi vari ambiti risulta tutto sommato abbastanza comune. Il fatto
è che Foppiani amava portare avanti le ricerche tecniche concernenti
un determinato materiale con uno spirito investigativo profondo,
inesausto, da moderno alchimista. Per esempio, trattando in
particolare la tempera su tavola, sin dagli anni Cinquanta, Foppiani
da una parte cercava di superare i tempi assai difficili
dell’immediato secondo dopoguerra servendosi di materiali meno
costosi rispetto a quelli tradizionali (la tempera su tavola
rispetto all’olio su tela), dall’altra poteva trovare affascinante
la sfida offerta da quei materiali che, così come erano, meno nobili
(realizzati talora a mezzo di una fusione tra tempera e cera o
mediante l’inserimento di diversi materiali), si prestavano a
procedure sofisticate, preziosismi bizantini, sorprendenti
sperimentazioni. Insomma, era come se si cercasse, ancora una volta,
dopo tanto tempo, di rendere possibile l’utopia degli alchimisti,
tutti dediti a ricavare l’oro dalle materie vili e da una loro
sapiente fusione. Si capisce come un simile atteggiamento, alle cui
radici stava una vocazione demiurgica spesso sottesa alle operazioni
artistiche, trovasse favorevole accoglienza presso molti, e fungesse
da modelo per vari giovani artisti, non solo a Piacenza. Foppiani si
pone difatti all’inizio di quel surrealismo padano la cui poetica
continua ad essere attiva anche oggi, secondo varie modalità e
declinazioni di varia originalità.
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